Mete, numero 8, maggio 2004

NEW JAZZ

Da Buccinasco a Tokyo
Mark Baldwin Harris

Incontro con Marco Bianchi

Buccinasco, zona "Chiesetta", metà anni '70: un ragazzino, decenne ma già stregato dalla musica, passa ogni ora libera intento a cantare e a strimpellare con passione la sua tastierina mentre, fuori, i suoi coetanei giocano a calcio e si scambiano figurine...

Trent'anni dopo, nel suo piccolo ma ben attrezzato studio di registrazione nella zona industriale di Assago, Marco Bianchi, insieme all'amico d'infanzia Paolo Fedreghini, sta mettendo a punto una nuova produzione discografica. Si tratta di un CD in stile "New Jazz" - ultima tendenza dei Disk Jockey, quei "fantini di dischi" che spronano le mode sonore del popolo globale di club e discoteche - ovvero una musica che sposa modelli e sonorità del jazz acustico anni '50-'60 con le tecniche elettroniche moderne più all’avanguardia, cioé le due predilezioni dei soci di "Paul & Mark Officine" (questo il nome dello studio). Circondati da strumenti d'annata e computer nuovi fiammanti, i due compongono, improvvisano, registrano se stessi e altri amici jazzisti, tagliano, montano e filtrano con un curioso misto di precisione meticolosa e fervore mistico che ricorda gli alchimisti medievali.

Conoscevo già Marco Bianchi perchè suona in un eccellente trio jazz insieme ad un nostro comune amico batterista. Così, avendo saputo da "Maxx" che Marco abita a Romano Banco, l'ho chiamato e, seduti al sole nel parco di Via Emilia dopo gelato e caffè, mi ha raccontato a grandi linee il suo percorso musicale.

Nato in Germania nel 1964 da padre corsichese e madre friulana, a cinque anni Marco si è trasferito con la famiglia a Buccinasco, in una delle prime costruzioni nuove sorte intorno alla chiesa di San Biagio. Il padre, Angelo, suonava l'ukulele e componeva canzoni in milanese, e fu bravo abbastanza da piazzarsi più volte come finalista per il prestigioso Premio Giovanni D’Anzi di Radio Meneghina. In casa c'era anche un organo elettronico, e il piccolo Marco, che già s'inventava canzoni sue, iniziò a sperimentarci sopra. Di lì a poco seguirono le lezioni private di pianoforte con un maestro di Corsico, e, ormai certo della vocazione, tre anni nel “decentramento” del Conservatorio di Milano in Via Verdi.

Cresciuto tra le canzoni meneghine del padre e gli LP di "rock progressivo" (Genesis, Gentle Giant, Yes, King Crimson...), collezionati prima dal fratello maggiore poi anche da lui, Marco ha cominciato presto ad esibirsi come cantante e pianista nei complessi pop locali, sempre con composizioni proprie. Un bel giorno ha scoperto il jazz attraverso una musicassetta del padre contenente brani di Peter Nero, brillante e poliedrico pianista ammirato anche dall'eminente concertista Vladimir Horowitz ma poco conosciuto in Italia. La curiosità portò il giovanotto ad esplorare un nuovo mondo, attraverso i dischi di Oscar Peterson, Don Pullen ed altri veri maestri del genere. Così, a vent'anni, ha deciso di iscriversi ad un corso di piano jazz tenuto dall'ottimo Franco D'Andrea presso il vicino jazz club Capolinea, sul Naviglio Grande. Il livello del corso era molto avanzato rispetto alle sue conoscenze - Marco allora leggeva bene la musica però improvvisava totalmente "ad orecchio", ignorando persino il significato di "terza maggiore", cosa che divertì non poco gli altri iscritti - ma quel breve, decisivo incontro personale con D'Andrea, anziché provocargli frustrazione, lo spinse ad immergersi totalmente nello studio approfondito di armonia e linguaggio jazz, e a misurarsi con crescente successo nelle "jam session" serali al Capolinea.

Abbandonò il canto per applicarsi esclusivamente alle tastiere, e proprio con alcuni compagni delle serate jazz del Capolinea formò i "Fusion Bells", registrando un album agli storici studi Regson (non lontani dal vecchio Capolinea), purtroppo mai pubblicato. Seguirono il gruppo "Everest", che pubblicò tre dischi, e il trio "Subjects", tuttora attivo e giunto oggi al terzo CD. In tutte queste formazioni Marco è stato sempre compositore principale dei brani. Collabora saltuariamente con altri gruppi milanesi, ed è stato pianista stabile per tre anni a "Striscia la notizia" (vi ricordate il "Maestro Enfisema"?). Insegna in diverse scuole di musica a Milano e dintorni. Suona anche molto bene l'armonica a bocca cromatica.

E, da un paio di anni, Marco si sta dedicando con entusiasmo e fortuna al genere "New Jazz" insieme a Paolo Fedreghini, buccinaschese pure lui. Paolo, che oltre ad essere tastierista è un bravo DJ attentissimo alle nuove tendenze, ha addirittura abbandonato una sua attività ben avviata (un'agenzia di assicurazioni) per rituffarsi totalmente nella musica con l'amico.

L'alchimia sta funzionando: oggi le loro produzioni sono distribuite in tutto il mondo e si ascoltano non solo nei locali e nelle radio dell’area milanese ma dappertutto, da Amsterdam e Londra a New York e Tokyo.

Non male per uno che ha preferito la musica al calcio e i dischi alle figurine!

mete@saintrock.com

©2004 Mark Baldwin Harris

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