Mete, numero 3, dicembre 2003

Un brindisi da 50 litri!
Mark Baldwin Harris

Natale e Capodanno... Nascite...
Culle... Ninnenanne...




Quando, un mesetto fa, mi è venuta l'ideuzza di scovare qualche ninnananna nell'antica parlata lombarda delle nostre zone, da presentarvi come simpatico regalino di Natale e per brindare all'anno nascente, sapevo che non sarebbe stata impresa facile; sebbene la maggior parte della popolazione della Grande Città non sia extracomunitaria come me, buona parte è certamente di estrazione mista "extramegalopolitana".

Comincia l'avventura: per tre settimane, ho "intervistato" dozzine di bisnonne, nonne, mamme, papà e bambini - in casa, al parco, nei supermercati, i bar, gli autobus... - con la rilassatezza di chi va a pesca con gli amici. Mi sono stati offerti con generosità canti tradizionali bellissimi di altre regioni e persino di altri stati, e ho raccolto anche delle filastrocche milanesi, ad esempio quelle "tattili", giocate sulle ditine come "quest chi l'ee borlaa in del foss..." o sulla testa come "oeuggin bel e so fradell...", però di ninnenanne autentiche meneghine nessuna traccia.

A quel punto, una vocina dentro di me mi consigliava di chiedere l'ausilio di "professionisti", cultori di canzoni milanesi, oppure fare un salto in biblioteca... ma mi ero testardamente prefisso di cercare non tra specialisti e libri ma tra la gente per un segno anche piccolo di tradizione ancora vivente.

Poi, pochi giorni fa a Gudo Gambaredo, l'amico Angelo Santoro mi ha presentato Liviana Chiozzi.

"Nonna Livia", che ora risiede nella zona Chiesetta di Buccinasco, è nata a Polesella di Rovigo quasi ottant'anni fa in una famiglia di ben tredici figli, trasferendosi ancora piccolina da una zia a Milano e poi a Gudo. Vispa e loquace, è fonte inesauribile di ricordi vivaci sulla vita passata di quel borghetto ormai quasi deserto, e davanti a un piattone di stufato d'asino con polenta e una caraffa di buon rosso (e un americano curioso ed entusiasta) ha rievocato scene di altri tempi: il movimentato bocciodromo oggi convertito in sala nel Ristorante Il
Cascinale, la mania anni '50 del "ballo del spirù" nella balera estiva con pianoforte nel cortile dietro l'attuale Bar Santoro, i vecchi percorsi di collegamento non asfaltati prima della Tangenziale, fangosi o polverosi secondo la stagione, l'effigie della Befana fatta falò tra canti e balli... abbiamo chiacchierato e riso per ore.

Lei, la mia innocente richiesta di ninnenanne l'aveva già liquidata un po' bruscamente all'inizio del pranzo, con una spiegazione che avevo già sentito da altre nonne e bisnonne lavoratrici: "Non avevamo mica tempo per cose del genere, roba da ricchi che poi le cantavano in italiano, noi lavoravamo senza tregua, chi nelle risaie e campi, chi nelle fabbriche e paesi, la casa era per cenare e dormire, e per la Befana si dava delle noci ai bambini e, se c'era tempo, si facevano bambole di pezza per le bambine"... Mentre si sparecchiava, ormai non ci speravo più, quando all'improvviso quel magico connubio tra buona tavola e buona compagnia ha prodotto un piccolo miracolo! Livia ha esclamato di botto: "Ma guarda, mi sono ricordata una ninnananna che cantava mia zia". E senza esitazione ha intonato:

"fa la nanna, bel bambin
pien de pan, pien de vin
pien de vin fin al coppin

te n'ee bevuu 'na brenta
senza mai mollà
senza mai mollà la zenta

t'hee ciappaa 'na ciocca forta
te see ‘ndaa a dormì
te see ‘ndaa a dormì sott alla porta
".

Meravigliosa! Tenera ma allegrotta, con l'umorismo meneghino delle osterie, i "trani" - così chiamati per il vino forte e denso, il "panerone" ("gran panna") prediletto dagli avventori: si diceva "Trani, Barletta e Rionero, quando io ti bevo non ci vedo più" - dove lavoravano Livia e la zia! Me la sono fatto ripetere mentre ridevo di gusto e trascrivevo;
sembrava proprio di vedere l'espressione "da ciucco" del lattante assonnato e preso da piccoli singhiozzi e rigurgiti dopo la sontuosa poppata:

"fa' la nanna, bel bambino
pieno di pane, pieno di vino
pieno zeppo di vino ("fino alla collottola")

te ne sei bevuto una brenta
senza mai mollare la presa ("la cintura")

ti sei preso una bella sbornia
sei andato a dormire sotto la porta
".

La brenta era un recipiente in legno per il trasporto o travaso del vino - capienza 50 litri - con due cinghie da stringere per portarla in spalle come uno zaino. Qui il contenitore sta per una delle mammelle rigonfie che "porta in spalla" la mamma e a cui il neonato si aggrappa come un ubriacone ossesso alle prese con le cinghie di una brenta da sogno. La "porta" credo sia la camicetta della mamma che si apre e si chiude; il bimbo non è arrivato fino alla culla, accasciatosi sotto il seno ora coperto.

Per sentire la melodia: http://www.saintrock.com/saintrock/mete3.php

Oops, spazio-tempo scaduto! Un caloroso ringraziamento a tutti, grandi e piccoli, e auguri di buone feste!

mete@saintrock.com


testo e grafica ©2003 Mark Baldwin Harris

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