nota introduttiva di Mark per il sito Compingo

Come ci siamo incontrati
Esattamente venti anni fa, giorno più giorno meno, (attorno alla fine del '78, inizio '79) il caro Stefano Cerri cambio la mia vita, o perlomeno la mia residenza. Stavo facendo una serata al Teatro Uomo di Milano con un gruppo di percussionisti guidati dal jazz-rocker napoletano Toni Esposito, un tour finanziariamente disastroso benché musicalmente e "etnicamente" divertente. Curavo gli arrangiamenti e suonavo un piano Fender con parecchi effetti, un sintetizzatore e una melodica (quella tastierina 'a soffio') elettrificata. Il resto della band consisteva del napoletano Aldo Mercurio al basso elettrico, il greco 'Yorgo' Pentzikis al sint e i percussionisti, principalmente Toni alle pentole e padelle, batteria e aggeggi vari, il mio amico Karl Potter (suonatore di tumbe di Teaneck, New Jersey) e Ayhan Siçimoglu (al darabukke da Istambul, Turchia). Mentre stavo riponendo gli strumenti dopo il concerto, Stefano ci raggiunse sul palco, si presentò, dichiarandosi entusiasta dell'esibizione, e mi chiese se mi fosse piacuto andare a casa sua per improvvisare un po' assieme. Ci divertimmo un mondo, avendo in comune gusti musicali e influenze formative (padri jazzisti e infanzia saturata dai Beatles). Stefano suonava al tempo con i Crisalide, un gruppo molto premiato di eccellenti musicisti di base a Milano e il tastierista, il mio buon amico Ernesto Vitolo, stava morendo dalla voglia di tornare alla sua nativa Napoli. Quando Stefano mi chiamò a Roma dopo un paio di settimane, offrendomi il posto di tastierista, accettai con entusiasmo, benchè Milano non piacesse molto neanche a me (al tempo vivevo a Roma dopo aver passato alcuni anni a Positano sulla costiera vicino Napoli).

Fabrizio De André
Questo non è il luogo dove descrivere tutte le nostre avventure con i Crisalide e oltre, ma sia sufficiente dire che, durante questi due decenni della mia "vita milanese", siamo sempre rimasti in contatto. Quando il rimpianto Fabrizio De André mi chiamò per prendermi cura della sezione ritmica per il suo ultimo tour ('97-'98), chiamai Stefano e il nostro vecchio amico di Ferrara, il decano dei batteristi italiani Ellade Bandini. Fabrizio aveva sempre lavorato con lo stesso bassista (il mio amico Pier Michelatti) sin da quando, nel 1981, avevo arrangiato il suo album "Indiani" e composto il suo gruppo e non aveva mai lavorato con Stefano, per cui era comprensibilmente un po' nervoso. Bene, lasciatemi dire che in più di 80 date che abbiamo avuto nell'ultimo tour, neanche una singola volta Fabrizio ha espresso che apprezzamento per Stefano. Non conosco altri musicisti che abbiano conquistato la fiducia di Fabrizio così completamente.

Fab Four-String
Veniamo ora alla nascita del progetto "Fab Four-String". Al fine di eseguire i pezzi richiesti durante il tour, Stefano dovette procurarsi un basso fretless (senza tasti), in quanto alcuni pezzi dell'ultimo CD di Fabrizio lo richiedevano. Questo era contrario all'indole di Stefano, che lo aveva sempre scrupolosamente evitato, in quanto considerava il fretless una sacra e tabù estensione del genio di Jaco Pastorius, che doveva quindi essere lasciato intatto dagli altri 'indegni'. In ogni modo, "il lavoro è lavoro" per cui ne ordinò uno e cominciò a fare pratica (una nota per i non musicisti: questo tipo di basso è come un violino o meglio un contrabbasso dove non ci sono tasti e per cui è molto più difficile premere la nota giusta - in altre parole essere intonati). Stefano ricevette il suo basso fretless solo alcuni giorni prima di iniziare le prove, per cui passò ogni minuto della giornata, con esclusione del mangiare e dormire, ad abituarsi al nuovo strumento. Se lo portava sempre con se anche in Hotel dove passava almeno un paio d'ore a provare e fu dopo un po' di giorni di prove solitarie che cominciò a giocherellare con dei vecchi pezzi dei Beatles, una cosa che, a suo dire, aveva fatto molti anni prima (ma lasciamo che sia lui a parlarvene). Fu nel corso del sound-check per uno dei primi concerti, durante una pausa, che per primo lo sentì mentre stava giocherellando con "Strawberry fields forever". La mia reazione immediata fu: "questo è un album!". All'inizio Stefano non comprendeva bene e pensò che io volessi fare un album dei Beatles con una normale sezione ritmica e, a dire il vero, fu solo dopo aver iniziato le registrazioni che accettò come possibile ciò che avevo intuito immediatamente come una scommessa vincente: che gli amanti della musica, e non solo dei Beatles, potessero apprezzare la ricca bellezza dell'interpretazione con un basso a quattro corde di melodie indimenticabili e senza tempo.

Gli arrangiamenti per basso sono di Stefano, con la mia supervisione (superaudizione?) e alcuni suggerimenti qua e la. Ho curato l'arrangiamento d'archi in "For No One" mentre gli altri due arrangiamenti d'archi li abbiamo fatti assieme; non dimenticherò mai l'espressione estatica di Stefano mentre registrammo i brani con l'ottimo Echo Ensemble. La mia improvvisazione al piano è nata dopo una giornata di durissime prove con la band di Laura Pausini; a volte fare musica, come fare l'amore, viene meglio da stanchi! Le parte di vibrafono di Donato sono state perfezionate in studio con un po' d'aiuto dal "grande libro bianco" di trascrizioni dei Beatles fatto in Giappone. Mi incontrai con il vecchio amico Giancarlo a casa sua per decidere quali strumenti utilizzare per le parti che avevo in mente. Incontrai Arup solo al suo arrivo in studio e mi accorsi subito che era entrato nel progetto a pieno; gli è piaciuto così tanto che ne ha portato una registrazione in India da far ascoltare al suo vecchio guru insegnante di tabla (che mi si dice abbia gradito molto!) . I miei ringraziamenti di cuore a tutti!



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