intervista integrale inedita (versione edita sull numero 24 (giugno 2001) di PRIDE

THE PRIDE GIRL

Di Roberto Càngioli – roberto.cangioli@tin.it

Erika Cecchini, romana di nascita, milanese di adozione, ci parla di sé, del suo album, In My Bed, del suo modo personale di porsi rispetto alle regole del business e al mondo frenetico che la circonda. Una ragazza che ha scelto di vivere certamente al di sopra degli schemi.

In una tiepida giornata di maggio incontriamo Erika nel grazioso appartamento che condivide assieme alla sua compagna, Marina Pozzoli (è lei l’autrice di tutte le foto pubblicate in questo servizio), circondata dai suoi amati cani Matilde e Sissi.

Di dove sei?

Sono di Roma, sono arrivata qui due anni fa. Ho avuto diverse compagne, poi ho incontrato finalmente la migliore e mi sono definitivamente stabilita con lei.

Che differenza c’è tra Milano e Roma?

Le città hanno tutti gli stessi problemi, non sono a misura d’uomo, lo stress, ecc. Personalmente mi trovo bene dovunque, perché comunque mi adatto tranquillamente. In genere cerco di stabilirmi vicino a luoghi verdi, ai parchi, mi piace il contatto con la natura, per ritagliarmi un po’ di vivibilità dove non c’è. Non frequento locali o posti pubblici. Spero che il futuro mi riservi un luogo migliore dove stabilirmi.

Come mai ti sei trasferita a Milano?

Sono venuta a Milano perché ero stufa delle solite promesse non mantenute, fino a ché non ho incontrato Mark Harris, il mio attuale produttore. Mark ha lavorato molto con De André nell’ultimo periodo e con Edoardo Bennato. Lui non mi ha promesso la grande distribuzione, però mi ha dato carta bianca su ciò che avrei voluto fare.

Abbiamo fatto il disco con l’etichetta di Mark, con mezzi limitati per poter realizzare il disco che volevamo. Stiamo cercando un’etichetta discografica abbastanza coraggiosa da accettare tutto il contenuto, accettare il mio personaggio, ed è per questo che in realtà non abbiamo pensato all’italia, ma all’estero, sia perché io compongo in inglese, sia perhé in Italia non c’è coraggio. È un panorama un po’ ipocrita e provinciale. All’estero c’è più possibilità perché c’è un pubblico per ogni cosa. Qui in Italia c’è un pubblico solo per un determinato prodotto. Per lo meno questo è quello che pensano i vecchiardi che sono a capo delle case discografiche.

In Italia ti sbatti per anni su un palcoscenico, suonando dappertutto fino a ché qualcuno di una major ti nota e ti propone un contratto. All’estero le major sono più coraggiose, rischiano di più su gruppi di nicchia.

In genere con le case discografiche si scende sempre a compromessi, tu non avresti problema a porti di fronte a una major label con il tuo personaggio?

(risata, n.d.R.), Io sono quel che sono. Il problema al limite è loro, io ho pubblicato un disco molto esplicito con riferimenti a simboli gay, non perché ho voluto indirizzarmi verso un pubblico gay, piuttosto perché io sono una cantautrice che parla della propria vita, senza per questo dover imbracciare le bandiere.

Io non so se sia prima lesbica e poi artista, o viceversa, tutto ciò che esce è parte di me, per cui non mi preoccupo. Forse è vero, se non fossi lesbica non canterei in un certo modo e ovviamente non affronterei determinati argomenti.

Come hai affrontato la registrazione?

Ho avuto la fortuna di registrare in posti adeguati, con degli ottimi musicisti, poi tutto il resto è un mestieraccio, fatto di gente che ti chiede di scendere a compromessi, di gente che vuole solo far soldi, di gente che pensa di venderti come tu fossi un prodotto, però io alla fine mi sento chiamata a fare questo. Non posso scegliere, sono nata per questo.

D’altronde tutto è un business, nessuno si pone il problema se tu puoi interessare, cosa puoi suscitare, l’importante è che tu sia redditizia. Io non sono neanche una che riesce ad essere diplomatica, se fossi stata un’altra qui a Milano, dopo due anni conoscerei tutti. C’è gente che frequenta i locali per VIP, dove c’è la gente che ti può aiutare.

Io sono sempre stata un po’ proiettata, sono sempre stati gli altri a dirmi cosa fare, ma io non sono il tipo che fa vita mondana per riuscire a guadagnarsi la simpatia della gente.

È vero che non ami molto Internet?

Sembra incredibile che tutti oggi debbano avere un’e-mail. A livello nazionale mi rendo conto di quanto sia utile il computer, ma io do importanza a quello che sento a livello emotivo, sento che qualcosa per me è male e tra queste cose il computer. Io davanti al computer mi blocco, divento di granito, ho paura del computer, mi fa impazzire, ho gli occhi appannati, il cervello svuotato, per cui ho deciso di non approcciare quel mezzo.

Ti senti ispirata da qualcuno?

Non sono stata mai una grande fan di nessuno, diciamo che assimilo un po’ di tutto cò che mi circonda, anche se ad esempio mi piace Nick Cave, e, ti sembrerà strano, ma ascolto Marilyn Manson, perché di fatto non ha nulla a che vedere con ciò che scrivo. Spesso ascolto delle cose e faccio tutt’altro, perché cerco di fare le cose che sento.

La mia domanda era volta a capire se in un certo senso si potesse "classificare" la tua musica.

Io non mi riconosco mai con i paragoni che fanno, è l’eterno dualismo su come ti vedi tu e come ti vedono gli altri. I paragoni in genere sono sempre frettolosi, magari ti accostano a un personaggio cui non ti riconosci affatto.

Io sono sempre ipercritica, anche con me stessa. Io non posso avere un mito perché in tutto ciò che vedo trovo sempre pochi lati buoni e molti lati negativi.

Hai suonato dal vivo qualche volta?

Si, a Milano in un auditorium. D’altra parte a me non basta la chitarra, ho bisogno di musicisti che mi accompagnino. Siccome i musicisti presenti sull’album sono dei turnisti, è difficile riuscire ad organizzarsi. D’altra parte presentare il disco solo con la chitarra mi sembra alquanto riduttivo.

Non sei una che fa segreti della propria sessualità, sei molto diretta.


Io sono una persona onesta, per me l’onestà a volte è una malattia, perché se mi domandi qualcosa, non vedo perché dovrei mentire, tanto non ci riesco, per cui faccio prima a dire la verità. E poi non ha senso: secondo me bisogna essere sé stessi, innanzitutto anche per il rispetto per il prossimo.

Leggendo i tuoi testi, molto personali, a volte psichedelici e lisergici, vorrei chiederti: mi daresti il numero di telefono del tuo pusher?

(risata, n.d.R.) Me la faccio da sola la Marijuana!

Quando e dove suonerai al Gay Pride?

Il 23 giugno alla Cascina Monluè di Milano, suonerò supportata da bravi musicisti, per produrre al meglio i miei brani.

Parlami un po’ delle varie canzoni dell’album: You were mine è una canzone da "incazzata", o sbaglio?

È una canzone su quella che sembrava la storia della tua vita e che poi invece si rivela un fallimento.

Il tuo disco è un continuo altalenarsi tra brani molto introspettivi, con atmosfere che variano in continuazione tra malinconia e solarità. Sembra che alcuni brani tu li abbia composti accanto alla finestra, magari in una giornata di pioggia, altri invece in luoghi aperti. In quasi tutte le canzoni ritroviamo storie d’amore, sentimentali, a parte Have me for free che rispecchia la voglia di libertà, quasi se fosse un inno gay…


In effetti si, tutto il disco rispecchia il mio stato d’animo attuale, e comunque è il resoconto degli ultimi due anni della mia vita. Per quanto riguarda Have me for free è un inno alla libertà, perché nei sentimenti spesso ci si immischia con dei sensi di dovere; soprattutto le lesbiche sono molto possessive. In questo caso invece c’è la voglia di vivere delle storie leggere. In effetti non ha molta attinenza con gli altri pezzi che sono più "pesanti". I pezzi cui sto lavorando adesso sono meno sentimentali e più "sociali". Mi sto occupando della mia visione del mondo.

Secondo te dunque le donne hanno l’attitudine a una storia seria?

Si, in genere le lesbiche vogliono la storia vera, chi cerca l’avventura in genere è perché ha rinunciato alla storia. Anche quando dicono "voglio solo scopare", sperano che da un’avventura nasca il miracolo.

Perché invece nel mondo maschile "visibile" delle chat, dei battuage, si cerca soprattutto sesso?

È una situazione estremizzata, sono due poli opposti, due uomini e due donne. Un uomo e una donna in qualche modo trovano un equilibrio, ciascuno con le proprie caratteristiche. L’uomo tende un po’ alla libertà, alla conquista, la donna invece lo tira per i capelli. Due donne non fanno che tirarsi per i capelli di continuo, due uomini non fanno che guardarsi intorno interessati. È ovvio che questa è un po’ una caricatura, ma rispecchia molto la realtà.

La coppia lesbica dunque tende a perdurare di più?


Ma, vi sono anche dei lati negativi: la tendenza a voler stare assieme a tutti i costi porta alcune donne a dover accettare delle storie assurde. A volte sono come due poli uguali di una calamita che si respingono.
Le relazioni omosessuali storicamente durano meno perché ci sono meno influenze o pressioni esterne che le caratterizzano. Nella storia eterosessuale cominciano a subentrare i parenti, l’ufficialità del fidanzamento, il matrimonio, i figli, ecc. Molti gay invece vivono le proprie storie in maniera clandestina, per cui sono più labili.

Perché il bacio tra due donne in pubblico viene interpretato come un gesto di affetto, mentre quello tra due uomini è inequivocabilmente interpretato come un atto da froci?


Perché tra gli uomini c’è molta omofobia, l’uomo deve sempre ribadire la propria virilità, vista come valore fondamentale. Per questo è molto più semplice tra lesbiche trovare una donna senza tabù, senza freni, piuttosto che per un uomo. Tra donne è molto più semplice crescere assieme con queste effusioni, piuttosto che tra uomini, proprio a causa di questi blocchi mentali.

Ti è capitato di doverti scontrare con qualcuno per affermare ciò che sei, per il fatto di esere lesbica?

Si, certamente perché se da un lato lo scambio di effusioni tra donne è più tollerato, è anche vero che l’immaginario erotico di un uomo comprende le effusioni tra due donne.

Non trovi un po’ ghettizzante l’idea di locali gay, locali per lesbiche, associazioni gay, ecc.?


Io penso che sia necessario, ma spero che non finisca tutto così. Io auspico un mondo in cui vi siano le coppie gay e che siano rispettate, un mondo in cui non sarà più necessario che i gay ribadiscano i propri diritti come minoranza. Io sarò comunque e sempre in prima linea, mi presenterò come lesbica perché ne sono orgogliosa.

I francesi, ad esempio, sono più aperti rispetto a noi. Noi siamo anche molto influenzati dal Vaticano e dai politici che spalleggiano i vecchi valori delle famiglie. Noi gay siamo sempre un pericolo, perché destabilizziamo le loro certezze. Le persone non vogliono vedere le ipocrisie cui sono sottoposte quotidianamente.

Per la maggior parte delle persone etero i gay sono quelli che stanno in giro tutta la notte a ballare, a impasticcarsi, sbandati; di fatto influenzati da quello che i mass media cercano di far credere alla gente. Per esempio quando mostrano le manifestazioni gay cercano sempre dimettere in mostra il lato più ridicolo, folkloristico, per non far prendere sul serio queste cose dai genitori e dalle famiglie, per farle spaventare, per scoraggiarle. Per questo penso che la scelta dell’outing sia molto importante, per dimostrare che non solo i delinquenti, la gente della notte, le prostitute, le marchette, i trans, ma i gay sono anche il tuo panettiere, il tuo macellaio, il tuo medico. Se tutti fossimo "out" il mondo sarebbe un po’ più rilassato, non ci sarebbe la caccia alle streghe alimentata fra l’altro dall’omertà.
Perché a differenza dei gay maschi, le ragazze lesbiche sono meno visibili al pubblico etero, forse vivono ancora più appartatate rispetto ai maschietti.

Le lesbiche sono più casalinghe, escono meno, sono un po’ più seriose. Per quanto riguarda la visibilità, il problema tra lesbiche è che non si riconoscono tra di loro.


Erika Cecchini, In my bed, Saint Rock


Certe canzoni di questo CD sembrano sorte spontaneamente guardando la pioggia che batte contro i vetri, altre risentono delle emozioni vissute all’aria aperta. Tutte sono comunque stralci di vita quotidiana, che Erika racconta personalmente: l’approccio di una ragazza, il disagio di trovarsi lontana da casa, le peripezie della vita randagia, la rottura di una relazione, la libertà di scelta e, finalmente, l’amore vero.

In un susseguirsi di melodie trascinanti, la cantautrice romana interpreta se stessa nel modo più sincero possibile. Sono canzoni che partono dal cuore, armonie che s’intrecciano disegnando trame sottili di poesia moderna, in un continuo peregrinare su sentieri ritmici e giochi di suoni sapientemente arrangiati da Mark Harris.

Gli archi sottolinenano alcuni dei momenti più intimi di quest’album così crepuscolare e suggestivo, affreschi di vita quotidiana dipinti con delicatezza dalle corde di una chitarra introspettiva e dalla voce non necessariamente relegata ai toni bassi.

In my bed raccoglie sedici episodi, in lingua inglese, che raccontano tra l’altro in maniera esplicita sentimenti e amori lesbici, la voglia di uscire allo scoperto, di raccontare se stesse, ma anche, con l’inno "Have me for free", la ricerca della libertà dalle costrizioni cui anche una relazione deve necessariamente sottostare.

Il CD è in vendita presso le librerie Babele e nei migliori negozi di dischi.

Roberto Càngioli


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