tratto dal numero 24 (giugno 2001) di PRIDE
(40.000 copie gratuite distribuite)

THE PRIDE GIRL

Di Roberto Càngioli – roberto.cangioli@tin.it

Erika Cecchini, romana di nascita, milanese di adozione, ci parla di sé, del suo album In my bed, del suo modo di porsi rispetto alle regole del business e al mondo frenetico che la circonda, del suo punto di vista sulla relazione fra donne. Potremo poi sentirla cantare alla festa che seguirà al Gay Pride di Milano, il 23 giugno prossimo.

In una tiepida giornata di maggio incontriamo Erika nel grazioso appartamento che condivide assieme alla sua compagna, Marina Pozzoli (è lei l’autrice di tutte le foto pubblicate in questo servizio), circondata dai suoi amati cani Matilde e Sissi. Le abbiamo rivolto alcune domande per capire chi sia l’autrice di questo nuovo CD con testi esplicitamente lesbici.

Di dove sei?
Sono di Roma, sono arrivata qui due anni fa. Ho avuto diverse compagne, poi ho incontrato finalmente la migliore e mi sono definitivamente stabilita con lei.

Come mai ti sei trasferita a Milano?
Perché ero stufa delle solite promesse non mantenute ed ho incontrato Mark Harris, il mio attuale produttore. Mark ha lavorato molto con De André e con Edoardo Bennato. Lui non mi ha promesso la "grande distribuzione", però mi ha dato carta bianca su ciò che avrei voluto fare.

Abbiamo registrato il disco con l’etichetta di Mark, con mezzi limitati per poter realizzare ciò che volevamo. Stiamo cercando un’etichetta discografica abbastanza coraggiosa da accettare tutto il contenuto, accettare il mio personaggio, ed è per questo che in realtà non abbiamo pensato all’Italia, ma all’estero, sia perché io compongo in inglese, sia perché in Italia non c’è coraggio. È un panorama un po’ ipocrita e provinciale. All’estero ci sono più possibilità, perché c’è un pubblico per ogni cosa.

In genere con le case discografiche si scende sempre a compromessi. Tu non avresti problemi di fronte a una major label, con il tuo personaggio?

[Ride]. Io sono quel che sono. Il problema al limite è loro: io ho pubblicato un disco molto esplicito con riferimenti a simboli gay non perché ho voluto indirizzarmi a un pubblico gay, ma piuttosto perché sono una cantautrice che parla della propria vita, senza per questo dover imbracciare le bandiere.

Io non so se sono prima lesbica e poi artista, o viceversa: tutto ciò che esce è parte di me, per cui non mi preoccupo. Anche se forse è vero, se non fossi lesbica non canterei in un certo modo e ovviamente non affronterei determinati argomenti.

Come hai affrontato la registrazione?

Ho avuto la fortuna di registrare in posti adeguati, con ottimi musicisti, poi tutto il resto è un mestieraccio, fatto di gente che ti chiede di scendere a compromessi, di gente che vuole solo far soldi, di gente che pensa di venderti come tu fossi un prodotto… Però io alla fine mi sento chiamata a fare questo: non posso scegliere, sono nata per questo.

È vero che non ami molto Internet?

Davanti al computer mi blocco, divento di granito: ne ho paura... Tuttavia Mark ha allestito un sito dove è possibile ascoltare in anteprima qualche assaggio del mio album e ovviamente ordinarlo: www.saintrock.comNon sei una che fa segreti della propria sessualità, sei molto diretta.

Sono una persona onesta, per me l’onestà a volte è una malattia, perché se mi domandi qualcosa non vedo perché dovrei mentire, tanto non ci riesco, per cui faccio prima a dire la verità.

E poi non ha senso: secondo me bisogna essere se stessi, innanzitutto anche per il rispetto per il prossimo.

Quando e dove suonerai al Gay Pride?

La sera del 23 giugno alla Cascina Monluè di Milano. Suonerò supportata da bravi musicisti, per proporre al meglio i miei brani.

Parlami un po’ delle varie canzoni dell’album: "You were mine" è una canzone da "incazzata", o sbaglio?

È una canzone su quella che sembrava la storia della tua vita e che poi invece si rivela un fallimento.

Il tuo disco è un continuo altalenare fra brani molto introspettivi, con atmosfere che variano in continuazione tra malinconia e solarità. In quasi tutte le canzoni ritroviamo storie d’amore, sentimentali, a parte "Have me for free", che rispecchia la voglia di libertà, quasi fosse un inno gay…

In effetti tutto il disco rispecchia il mio stato d’animo attuale: è il resoconto degli ultimi due anni della mia vita. I pezzi a cui sto lavorando adesso sono meno sentimentali e più "sociali".

"Have me for free" è un inno alla libertà, perché nei sentimenti spesso ci s’immischia con il senso del dovere; soprattutto le lesbiche sono molto possessive. In questo caso invece c’è la voglia di vivere storie leggere.

Secondo te le donne cercano soprattutto la storia seria?

Si, in genere le lesbiche vogliono la storia vera, chi cerca l’avventura in genere lo fa perché ha rinunciato alla storia. Anche quando dicono "Voglio solo scopare", sperano che da un’avventura nasca il miracolo.

Perché secondo te nel mondo maschile "visibile" delle chat, dei battuage, si cerca soprattutto sesso?

Due uomini e due donne formano una situazione estremizzata. Un uomo e una donna in qualche modo trovano un equilibrio, ciascuno con le proprie caratteristiche. L’uomo tende un po’ alla libertà, alla conquista, la donna invece lo tira per i capelli. Due donne non fanno che tirarsi per i capelli di continuo, due uomini non fanno che guardarsi intorno interessati.

È ovvio che questa è un po’ una caricatura, ma rispecchia la realtà.

Secondo te, perché il bacio tra due donne in pubblico è interpretato come un gesto di affetto, mentre quello tra due uomini è inequivocabilmente interpretato come un atto da froci?

Perché tra gli uomini c’è molta omofobia. L’uomo deve sempre ribadire la propria virilità, vista come valore fondamentale. Per questo è molto più semplice tra lesbiche trovare una donna senza tabù, senza freni, di quanto lo sia per gay trovare un uomo che sia così.

È molto più semplice crescere assieme con queste effusioni, tra donne, di quanto non lo sia tra uomini, proprio a causa di questi blocchi mentali.

Cosa pensi di locali gay, associazioni gay ecc.?

Io penso che siano necessari, ma spero che non finisca tutto così. Io auspico un mondo in cui vi siano le coppie gay e che siano rispettate, un mondo in cui non sarà più necessario che i gay ribadiscano i propri diritti come minoranza. Io sarò comunque e sempre in prima linea, mi presenterò come lesbica perché ne sono orgogliosa.

Noi siamo molto influenzati dal Vaticano e dai politici che spalleggiano i vecchi valori delle famiglie. Noi gay siamo sempre un pericolo, perché destabilizziamo le loro certezze. Le persone non vogliono vedere le ipocrisie cui sono sottoposte quotidianamente.

Per la maggior parte delle persone etero i gay sono quelli che stanno in giro tutta la notte a ballare, a impasticcarsi, sbandati. Sono influenzati da quello che i mass media cercano di far credere alla gente. Per esempio quando mostrano le manifestazioni gay cercano sempre di mettere in mostra il lato più folkloristico, per non far prendere sul serio queste cose dai genitori e dalle famiglie, per farle spaventare, per scoraggiarle.

Per questo penso che la scelta del coming out, del "dichiararsi", sia molto importante. Se tutti fossimo "out" il mondo sarebbe un po’ più rilassato: non ci sarebbe la caccia alle streghe alimentata, fra l’altro, dall’omertà.


Erika Cecchini, In my bed, Saint Rock


Certe canzoni di questo CD sembrano sorte spontaneamente guardando la pioggia che batte contro i vetri, altre risentono delle emozioni vissute all’aria aperta. Tutte sono comunque stralci di vita quotidiana, che Erika racconta personalmente: l’approccio di una ragazza, il disagio di trovarsi lontana da casa, le peripezie della vita randagia, la rottura di una relazione, la libertà di scelta e, finalmente, l’amore vero.

In un susseguirsi di melodie trascinanti, la cantautrice romana interpreta se stessa nel modo più sincero possibile. Sono canzoni che partono dal cuore, armonie che s’intrecciano disegnando trame sottili di poesia moderna, in un continuo peregrinare su sentieri ritmici e giochi di suoni sapientemente arrangiati da Mark Harris.

Gli archi sottolinenano alcuni dei momenti più intimi di quest’album così crepuscolare e suggestivo, affreschi di vita quotidiana dipinti con delicatezza dalle corde di una chitarra introspettiva e dalla voce non necessariamente relegata ai toni bassi.

In my bed raccoglie sedici episodi, in lingua inglese, che raccontano tra l’altro in maniera esplicita sentimenti e amori lesbici, la voglia di uscire allo scoperto, di raccontare se stesse, ma anche, con l’inno "Have me for free", la ricerca della libertà dalle costrizioni cui anche una relazione deve necessariamente sottostare.

Il CD è in vendita presso le librerie Babele e nei migliori negozi di dischi.

Roberto Càngioli


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